Raid del Pigneto- Smontata la favola dei neonazisti?

E’ sempre più difficile capire quello che succede in Italia.

Anche perchè spesso accade  che i fatti ci vengano raccontati adattandoli forzosamente a schemi precostituiti, a luoghi comuni mediatici.

Uno dei luoghi comuni mediatici più diffusi in questo momento è quello che attribuisce esclusivamente a chi milita nei partiti di estrema destra comportamenti  xenofobi o atti di violenza.

E’ quello che è accaduto per quanto riguarda i fatti del Pigneto, il quartiere romano in cui sono stati recentemente devastati alcuni esercizi commerciali gestiti da extracomunitari.

Puntualmente si è parlato di naziskin.

Puntualmente si è detto che a favorire incidenti del genere è il nuovo clima che soffia nel paese dopo la vittoria elettorale delle destre.

Per fortuna poi esistono i bravi giornalisti che sanno fare il loro mestiere che non è quello di fare delle congetture, ma di andare alla ricerca dei protagonisti delle storie e dei fatti.

E’ quello che ha fatto Carlo Bonini di Repubblica. E’ andato a cercarsi il protagonista del fatto ( che gli inquirenti cercano ancora) e gli ha dato voce.

E’ un’intervista che fa riflettere e che ci dimostra che i fenomeni sono molto più complessi di come ci vengono schematicamente  raccontati.

Forse, e sottolineo forse, il fatto che ci sia un nuovo governo di centrodestra favorisce il verificarsi di incidenti come quello del Pigneto.

Sicuramente leggendo questo articolo si ha la conferma di un fatto di cui è consapevole  chiunque, anche se imbottito di ‘verità” televisive,  viva in mezzo ai suoi simili in questo paese.

E il fatto è questo : l’insofferenza nei confronti di comportamenti illeciti o semplicemente incivili degli stranieri residenti nel nostro territorio non appartiene solo a chi si nutre di ideologie  di estrema destra.

 

L’uomo del raid del Pigneto

Carlo Bonini- Repubblica 29 maggio 2008


 
L’uomo del raid del Pigneto, "l’italiano sulla cinquantina" cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il "Capo", arriva all’appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d’oro al polso.

"Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista…". La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L’avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.

"Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera". L’uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. "Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò ‘sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto… ".

 
Segue su Repubblica.it

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